Le criptovalute come bene giuridico: il quadro italiano
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Le criptovalute come bene giuridico: il quadro italiano

La giurisprudenza si è espressa sulle criptovalute, definendole bene giuridico immateriale e rappresentazione digitale di valore.

La diffusione sempre crescente delle criptovalute e degli altri virtual digital assets anche nel nostro Paese, ha imposto al giurista una revisione degli strumenti tradizionali di tutela. Se i crypto-asset sono stati considerati per anni un fenomeno tecnologico di nicchia, di cui la giurisprudenza neppure si interessava, oggi stanno guadagnandosi sempre più spazio nell’economia digitale globale e occorre inquadrarli con precisione non solo dal punto di vista finanziario, ma anche da quello giuridico.

Le definizioni della giurisprudenza

Le prime definizioni giuridiche della criptovaluta, a livello unitario, si devono al Parlamento Europeo di Strasburgo. Emergono con la Direttiva dell'Unione Europea 2018/843. Essa è il primo documento ufficiale che qualifica le criptovalute come rappresentazioni digitali di valore. Successivamente, il Regolamento UE 2023/1114, che conosciamo meglio secondo l'acronimo MiCA, ha introdotto una classificazione organica degli asset-referenced tokens; degli e-money tokens e di altri crypto-asset diversamente specificati, riconoscendone ufficialmente la rilevanza come beni economici digitali.

A livello italiano, ci siamo allineati alla normativa europea. Nel nostro Paese, il Decreto Legislativo 231 del 2007, sull'antiriciclaggio, ha recepito la definizione europea in uno dei suoi successivi aggiornamenti e ha attribuito agli exchange degli obblighi identificativi e di tracciamento. L’Agenzia delle Entrate, con Risposte numero 14/2018 e 788/2021, ha assimilato le criptovalute alle valute estere ai fini fiscali. Per strana che possa apparire questa decisione, le va riconosciuto un importante merito: ha attestato la natura patrimoniale dell'asset.

Quale ruolo giocano le criptovalute nell'economia

Per trovare posto alle crypto nell'articolato spazio della giurisdizione occorre considerare le tre funzioni che svolgono:

  • sono un mezzo di scambio economico e di transazione, come dimostra la diffusione dei pagamenti effettuati in criptovaluta;
  • rappresentano un bene di investimento, rilevante ai fini delle imposte sulle plusvalenze maturate;
  • svolgono il ruolo di riserva di valore digitale, registrabile in bilancio come provento di attività immateriale.

Per risalire alla prima volta nella quale la giurisprudenza europea ha riconosciuto il ruolo economico delle criptovalute occorre tornare indietro fino alla sentenza Skatteverket v. Hedqvist, emanata dalla Corte di Giustizia Europea il 22 ottobre del 2015 ( protocollo C-264/14). In tale occasione, lo scambio Bitcoin contro valuta venne giudicato come una prestazione di servizi esente da IVA. La Corte inquadrò le operazioni di cambio da valuta corrente a crypto e viceversa come prestazioni di servizi relative a denaro liquido, ovvero monete e banconote, escludendo l'applicazione dell'imposta sul valore aggiunto.

La qualificazione come bene giuridico in Legge di Bilancio

La legge di bilancio italiana del 2023 contiene una definizione di virtual digital asset che non è più stata modificata. Il legislatore ha stabilito che il crypto-asset è un bene immateriale, suscettibile di valutazione economica.

Il riconoscimento delle criptovalute come beni giuridici immateriali impone all’avvocatura un aggiornamento professionale in materia. Questi asset sono già oggi una componente stabile del patrimonio delle persone fisiche; delle imprese e degli enti. Stabilirne il regime giuridico era un passo che la moderna pratica legale non poteva più rimandare. Le nuove normative europee inserite nel MiCA e le risposte date dall'Agenzia delle Entrate hanno fornito alla giurisprudenza gli strumenti necessari per esprimersi sulle crypto e darne una delineazione impugnabile nei tribunali.

A livello internazionale, invece, occorre andare in India per trovare la più recente definizione di criptovaluta emessa da un tribunale: l’Alta Corte di Madras ha qualificato la criptovaluta come una proprietà (la parola utilizzata è stata proprio property) ai fini delle misure cautelari. L'orientamento indiano non è dunque integralmente sovrapponibile a quello europeo, ma si dimostra in linea con la tendenza di Bruxelles a considerare la criptovaluta un bene economico in formato digitale.

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