Una sola azienda possiede il 4,66% di tutto l'Ethereum. Si chiama BitMine, la guida Tom Lee, e al 14 giugno il suo tesoro contava 5.620.754 ETH. Per dare la misura: è come se un singolo soggetto avesse messo in cassaforte quasi una moneta su venti dell'intera rete. E continua a comprare.
La quota di BitMine sulla supply di ETH
Fonte: BitMine Immersion Technologies, 14 giugno 2026
I numeri attorno a quella fetta sono enormi. Il valore complessivo tra crypto, cassa e partecipazioni tocca i 10,4 miliardi di dollari, con dentro anche 204 bitcoin, una quota da 180 milioni in Beast Industries, la società di MrBeast, e 502 milioni di liquidità.
Quei 5,62 milioni di ETH portano BitMine al 93% del suo obiettivo dichiarato, ribattezzato "Alchemy of 5%", cioè arrivare a possedere il 5% di tutto l'Ethereum, traguardo raggiunto al 93% in appena 11 mesi. È la più grande tesoreria di ETH al mondo e la seconda tesoreria crypto in assoluto, dietro solo a Strategy, che sul fronte bitcoin ne detiene oltre 845.000 per circa 54 miliardi, come abbiamo visto nell'analisi sul caso STRC di Strategy.
Non un semplice accumulo, ma una macchina da rendita
La differenza rispetto a chi si limita a comprare e tenere sta nello staking. Di quei 5,62 milioni di ETH, oltre l'83%, pari a 4,72 milioni, è messo in staking attraverso MAVAN, la rete di validatori proprietaria di BitMine. A un rendimento settimanale annualizzato del 2,79%, questo genera entrate da staking proiettate intorno ai 219 milioni di dollari l'anno, che salgono verso i 269 milioni quando l'intera posizione sarà attiva.
È un flusso di cassa ricorrente, e serve a uno scopo preciso: BitMine ha appena collocato azioni privilegiate con un dividendo del 9,5% pagato ogni settimana, e sono proprio i proventi dello staking a sostenerlo. La logica è trasformare un asset volatile in qualcosa che somiglia a un'infrastruttura che produce reddito.
La scommessa, e il suo prezzo
Qui arriva la parte che i numeri da soli non raccontano. Ethereum viaggia ancora circa il 64% sotto il massimo storico di 4.946 dollari toccato ad agosto 2025, e questo significa che BitMine siede su perdite potenziali stimate intorno ai 9 miliardi. Tom Lee compra proprio nella debolezza, convinto che il calo non rifletta i fondamentali e che siamo, parole sue, nelle prime fasi di una primavera crypto. La sua tesi poggia su due pilastri: la corsa di Wall Street a tokenizzare asset reali su blockchain pubbliche, e il bisogno crescente, da parte dei sistemi di intelligenza artificiale, di reti neutre e affidabili.
Ma una concentrazione del genere porta con sé due interrogativi seri. Il primo è il rischio di concentrazione, perché un singolo soggetto vicino al 5% di una rete diventa una forza sistemica. Il secondo è la riflessività: Lee è insieme presidente di BitMine e fondatore di Fundstrat, i cui canali amplificano i traguardi della società, e per i critici questo crea un circuito tra ricerca, messaggi e mosse di tesoreria.
Il numero che conta, alla fine, è uno: al 4,66% e in crescita, una sola azienda sta diventando un compratore strutturale di Ethereum, capace di togliere offerta dal mercato e incassare rendite mentre lo fa. Se questa scommessa si rivelerà lungimirante o avventata dipenderà da come Ethereum saprà imporsi nel prossimo decennio tra tokenizzazione, DeFi e cicli di mercato. Per ora il dato è semplice: BitMine continua a comprare. I dettagli sulla rete sono su ethereum.org, mentre i numeri ufficiali della società si trovano nei documenti depositati presso la SEC. Gli aggiornamenti li seguiamo nella sezione Ethereum.
