4,3 milioni di lavoratori in meno entro dieci anni. Il numero arriva dal Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell'Osservatorio Proxima, presentato martedì 9 giugno a Roma, ed è il tipo di cifra che dovrebbe aprire i telegiornali. Corrisponde al 18,3% della forza lavoro italiana, in uscita non graduale ma concentrata: le coorti mature lasceranno il sistema produttivo in un'ondata. Per ogni 100 giovani tra i 15 e i 19 anni ci sono già oggi 152 persone tra i 60 e i 64 anni prossime alla pensione. Il rubinetto in entrata gocciola, quello in uscita è spalancato.
Qui entra in scena l'intelligenza artificiale, e lo fa nel modo più scomodo possibile. Il rapporto individua un paradosso preciso: proprio quando il mercato ha strutturalmente meno giovani da inserire, lo strumento che dovrebbe aumentare la produttività comprime lo spazio in cui quella produttività si impara. Le mansioni di ingresso, quelle dove un neoassunto costruisce esperienza, sono le prime a essere automatizzate. Il gradino più basso della scala viene segato mentre la scala stessa si accorcia.
Formazione degli adulti: Italia vs media UE (%)
Formazione degli adulti: Italia vs media UE (%)
Fonte: Adult Education Survey Eurostat, elaborazione Osservatorio Proxima, giugno 2026
Fonte: Adult Education Survey Eurostat, elaborazione Osservatorio Proxima, giugno 2026
Il conto della formazione mancata
I dati del rapporto, elaborati su fonti ISTAT ed Eurostat, fotografano un Paese che si prepara poco. La partecipazione degli adulti italiani alla formazione si ferma al 29%, contro una media europea del 39,5%. Quella distanza vale 3,6 milioni di adulti in meno ogni anno che non aggiornano le proprie competenze. Il costo stimato della mancata formazione continua? 26 miliardi di euro l'anno, l'equivalente di una manovra di bilancio. Una cifra che non compare in nessun rendiconto pubblico. A questo si somma l'emorragia di talenti: tra il 2011 e il 2024 circa 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, un capitale umano che il CNEL valuta in 159 miliardi di euro.

L'adozione corre, le competenze no
Il lato curioso della vicenda è che l'AI in Italia sta crescendo davvero. Secondo la rilevazione ISTAT di dicembre 2025, la quota di imprese con almeno dieci addetti che usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è raddoppiata in un anno, dall'8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. Le aziende comprano gli strumenti. Quello che manca è il tessuto umano per usarli bene, un tema che attraversa tutto il nostro verticale dedicato all'intelligenza artificiale e che si intreccia con la corsa europea su data center e robotica.
C'è poi il calendario normativo, che non aspetta nessuno: il 2 agosto 2026 scattano gli obblighi pieni dell'AI Act per i sistemi ad alto rischio, con sanzioni fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale. Per le imprese italiane, già alle prese con il quadro che raccontiamo nella sezione Europa, la finestra di adeguamento si misura ormai in settimane. I numeri ufficiali sono consultabili nelle banche dati ISTAT e nell'Adult Education Survey di Eurostat.
L'implicazione finale è quasi banale da scrivere e difficilissima da realizzare: per un Paese che perde 4,3 milioni di braccia e cervelli, la formazione degli adulti smette di essere welfare e diventa infrastruttura industriale. O l'Italia trasforma i 26 miliardi di costo nascosto in investimento, o l'AI troverà un mercato del lavoro troppo vecchio per usarla e troppo poco formato per controllarla.
