Cosa succede se non dichiaro le criptovalute? Rischi, sanzioni e come mettersi in regola
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Cosa succede se non dichiaro le criptovalute? Rischi, sanzioni e come mettersi in regola

Non dichiarare le criptovalute oggi comporta sanzioni pesanti, blocco dei capitali e controlli automatici. Dal 2026 il Fisco stringe ancora di più.

Il mondo delle cripto-attività non è più una zona franca. Già con l'entrata in vigore della Legge di Bilancio dello scorso anno e del regolamento europeo MiCA, l'Agenzia delle Entrate ha strumenti sempre più affilati per monitorare i portafogli digitali. Ma cosa si rischia concretamente a non dichiarare i propri asset?

I rischi: oltre le sanzioni, il blocco dei capitali

Molti investitori sottovalutano il cosiddetto "rischio indiretto". Il problema principale non è solo la multa, ma la provenienza dei fondi. Senza uno storico dichiarativo congruo (Quadro RW), in futuro potrebbe essere impossibile versare somme derivanti da crypto sul proprio conto corrente. Le banche, per le normative antiriciclaggio, richiedono giustificativi certi: se non puoi dimostrare come il tuo patrimonio si è accresciuto, quei capitali rimarranno vincolati.

Le sanzioni

L'omissione comporta due tipi di sanzioni distinte, a seconda che si parli di semplice possesso o di guadagni realizzati.

  1. Monitoraggio fiscale (Quadro RW/W): l'obbligo sussiste sempre, anche per importi minimi (es. 200€) e anche se non hai mai venduto o prelevato nulla. Non esiste la soglia di esenzione dei 15.000€ valida per i conti esteri tradizionali. Le sanzioni per il mancato monitoraggio vanno dal 3% al 15% degli importi non dichiarati. Per esempio, su un portafoglio di 100.000€ non dichiarato, la multa può oscillare tra 6.000€ e 30.000€.
  2. Plusvalenze (Quadro RT/T): se hai venduto criptovalute ottenendo un profitto (superiore alla franchigia di 2.000€ fino al 2024, o su qualsiasi importo dal 2025), la mancata dichiarazione è considerata evasione fiscale. In questo caso, la sanzione può variare dal 90% al 120% dell'imposta dovuta.

I controlli e il ravvedimento operoso

Grazie al MiCA, gli exchange europei ed esteri condividono automaticamente i dati degli utenti con le autorità. Tuttavia, è ancora possibile rimediare spontaneamente tramite il Ravvedimento Operoso. Questo strumento permette di presentare una dichiarazione integrativa pagando sanzioni ridotte (fino a 1/10 del minimo) prima che l'Agenzia delle Entrate avvii un accertamento.

Considerando che il Fisco può andare a ritroso fino a 5 anni (o 7 in caso di omessa dichiarazione totale), regolarizzare la propria posizione oggi non è solo un dovere legale, ma una mossa strategica per tutelare il proprio patrimonio futuro. Il consiglio resta quello di affidarsi a professionisti esperti per ricostruire correttamente lo storico dei movimenti ed evitare errori formali.

Novità 2026

Dal 1° gennaio 2026, lo scenario fiscale italiano è diventato ancora più rigido e complesso. La novità più rilevante è l'innalzamento dell'aliquota sulle plusvalenze, che passa dal 26% al 33% per gli asset volatili come Bitcoin ed Ethereum. Si delinea così un discusso "doppio binario" che penalizza l'investimento diretto rispetto agli strumenti derivati (come gli ETF), che resteranno tassati al 26%.

Questa manovra, unita all'addio definitivo alla franchigia dei 2.000€, colpirà anche i piccoli risparmiatori: ogni singolo euro di guadagno andrà dichiarato. Inoltre, con l'attuazione delle direttive DAC8 e CARF, finisce l'era dell'anonimato: i dati su saldi e movimenti verranno trasmessi automaticamente al Fisco dalle piattaforme (CASP). Di fatto, le criptovalute saranno equiparate a conti correnti bancari, disincentivando l'autocustodia e aumentando drasticamente la pressione burocratica.

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