I miner di Bitcoin stanno vendendo i loro Bitcoin. Per comprare schede grafiche.
Sembra un paradosso, e in parte lo è. Le aziende che hanno costruito tutto estraendo Bitcoin stanno smettendo di farlo, e dirottano capacità e capitali verso i data center per l'intelligenza artificiale. A marzo Core Scientific ha venduto 175 milioni di dollari in Bitcoin, quasi 2.000 monete, per finanziare proprio questa svolta. Non è un caso isolato. È la storia industriale del 2026, e ha già superato la fase degli annunci per entrare in quella dell'esecuzione.
Quanto pesa l'AI sui ricavi degli ex-miner (stime fine 2026)
Quota dei ricavi da HPC e AI. Fonte: Visible Alpha, S&P Global, 2026
Non sono più miner, sono padroni di casa dell'AI
Il grafico dice tutto. Per IREN, Core Scientific e TeraWulf, l'intelligenza artificiale varrà intorno al 70% dei ricavi entro fine anno, partendo da quote vicine allo zero nel 2024. Questi non sono più miner che ogni tanto affittano qualche server. Sono diventate, di fatto, aziende di hosting per l'AI. La ragione è semplice e brutale: hanno esattamente ciò che serve all'intelligenza artificiale, cioè energia su larga scala, capannoni già cablati e connessioni alla rete elettrica.
E i contratti lo confermano. IREN ha firmato un accordo di hosting da 9,7 miliardi con Microsoft, Cipher uno da 5,5 miliardi con AWS, Hut 8 uno da 7 miliardi legato ad Anthropic e Fluidstack, mentre Core Scientific è stata addirittura comprata da CoreWeave per 9 miliardi in azioni. La stessa energia nata per proteggere una rete decentralizzata ora alimenta i centri di calcolo dell'AI più centralizzata.

Cosa lascia indietro
Questa migrazione ha un effetto diretto su Bitcoin. Nel primo trimestre del 2026 la potenza di calcolo della rete, l'hashrate, è calata per la prima volta in sei anni. La base industriale che teneva in piedi il mining si sta spostando altrove. Non è una crisi, ma è un segnale: chi estraeva Bitcoin sta scoprendo che il suo asset più prezioso non è la moneta che mina, ma il megawatt che controlla.
I rischi che l'entusiasmo nasconde
Qui serve la solita freddezza, perché una storia così pulita raramente lo è davvero. Primo rischio: stanno virando tutti insieme, e una corsa simultanea può saturare il mercato dell'hosting AI proprio mentre lo inseguono.
Secondo: convertire un sito costa molto più che riempirlo di macchine da mining, fino a dieci milioni di dollari per megawatt, e quei soldi arrivano da debito e obbligazioni convertibili, cioè leva e diluizione.
Terzo: a differenza del mining, che puoi spegnere quando la rete elettrica è sotto stress, il carico dell'AI è continuo e non si interrompe, e questo crea attriti con i regolatori dell'energia. Quarto: il loro destino è ora legato a Microsoft, Amazon e Anthropic, non più al prezzo del Bitcoin. La svolta è reale, ma è valutata come se non potesse andare storta.
Cosa cambia davvero? C'è un'ironia di fondo difficile da ignorare. Un'industria nata per mettere in sicurezza una moneta decentralizzata sta diventando il padrone di casa del calcolo AI più centralizzato che esista. Hanno scommesso che il futuro non sta nell'asset che estraggono, ma nell'energia che controllano.
Se la domanda di AI reggerà, avranno vinto alla grande. Se sarà una bolla, avranno svenduto i loro Bitcoin per riempire capannoni di server vuoti. La scommessa, comunque, è già fatta. Le stime di settore arrivano da S&P Global e i conti delle singole società sono nei documenti depositati presso la SEC. Il tema si lega a doppio filo a quanto raccontato sugli agenti AI e le stablecoin, e gli aggiornamenti li seguiamo nelle sezioni mining e Bitcoin.
