Quaranta giorni. Tanto è bastato a Banca Sella per chiudere, il 27 maggio 2026, la notifica che la rende il primo istituto bancario italiano ammesso ai servizi su crypto-asset. Il dettaglio che racconta meglio la mossa non è la velocità. È la direzione: la banca di Biella punta su custodia e trasferimento di asset digitali, non sul trading retail. Una scelta che dice molto su come le banche europee leggono questo mercato.
Cosa ha ottenuto davvero Sella
La via scelta è quella della notifica preventiva a Banca d'Italia, riservata agli enti creditizi già vigilati, più leggera della licenza piena che MiCA impone agli operatori crypto puri. Tradotto: una banca che è già sotto controllo non deve ricominciare da zero, le basta estendere il perimetro.

Sella, con 50 miliardi di euro di masse gestite e oltre 3,1 milioni di clienti, lancerà entro il 2026 una soluzione per custodire, inviare e ricevere asset digitali, rivolta in prima battuta a clientela aziendale e istituzionale. Il progetto nasce da lontano, dalla sperimentazione del 2022 dentro il Fintech Milano Hub, e si appoggia sul lavoro che abbiamo seguito raccontando le banche europee che entrano nel crypto.
Quanto valgono i portafogli crypto degli italiani
Fonte: Osservatorio Blockchain & Web3, Politecnico di Milano / BVA Doxa
- Meno di 1.000 € — 57%
- Tra 1.000 e 5.000 € — 28%
- Oltre 5.000 € — 15%
Qui sta il paradosso che rende interessante la mossa. Gli italiani che detengono crypto sono circa 2,8 milioni, il 7% della popolazione, e per la stragrande maggioranza parliamo di piccoli importi. Una banca che apre la custodia per aziende e istituzioni sta costruendo l'infrastruttura del domani su una base retail ancora minuscola e prudente, come fotografa bene il quadro crypto italiano. Non costruisce per oggi. Costruisce per quando i numeri grandi arriveranno.
Perché custodia e non trading
La domanda sorge spontanea: perché una banca non parte subito dal comprare e vendere Bitcoin in app, come fanno BBVA in Spagna o le fintech? La risposta è il rischio. Custodire e trasferire asset digitali in un ambiente vigilato riduce l'esposizione normativa e tiene la banca lontana dalla volatilità diretta del prezzo. Pensa alla custodia come a un caveau digitale: la banca non scommette sul valore di ciò che contiene, garantisce solo che resti al sicuro e si possa muovere. È un modello più noioso del trading, e proprio per questo più adatto a chi ha una reputazione da proteggere. La scadenza MiCA del 1° luglio 2026 rende questa cautela ancora più sensata.
Una convergenza europea, non una moda
Sella non si muove da sola. Commerzbank ha ottenuto in Germania la licenza di custodia dalla BaFin, BPCE ha portato le crypto a 12 milioni di clienti in Francia tramite la controllata Hexarq, UBS prepara l'accesso a Bitcoin ed Ethereum per il private banking svizzero. E dodici banche europee, UniCredit compresa, hanno fondato un consorzio per costruire una stablecoin in euro, un fronte che si lega a doppio filo alle nuove regole sulle stablecoin. Tre fronti diversi, una sola direzione. L'infrastruttura crypto istituzionale in Europa passerà dalle banche autorizzate, dai custodi regolati e dai pagamenti tokenizzati.
Cosa cambia per chi tiene crypto in Italia
Per l'utente comune il lancio del 2026 non sarà un nuovo exchange. Sarà la possibilità, per ora limitata a categorie selezionate, di tenere asset digitali dentro un perimetro bancario vigilato invece che su una piattaforma offshore o in autocustodia. Chi lavora con clienti europei dovrebbe già ragionare su quali asset siano conformi: sulle piattaforme regolamentate USDC resta l'opzione pulita, mentre USDT incontra restrizioni, un nodo che spieghiamo nel confronto tra Tether e USDC. La prima banca a muoversi raramente è quella che vince. Quasi sempre è quella che costringe le altre a decidere se seguirla

