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Di Giulia Ferrante immagine profilo Giulia Ferrante
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Il Giappone taglia la tassa sulle crypto dal 55% al 20% e apre agli ETF su Bitcoin: la mossa che sveglia l'Occidente

In un solo provvedimento il Giappone riclassifica le crypto come strumenti finanziari, taglia la tassa dal 55% al 20% e apre agli ETF su Bitcoin. La mossa che sveglia l'Occidente, mentre l'Italia sale al 33%.

In un solo provvedimento, il Giappone ha appena fatto ciò che Stati Uniti ed Europa stanno ancora discutendo pezzo per pezzo: ha sistemato in un colpo l'intera architettura di un mercato crypto. Ha tagliato la tassa dal 55% a un piatto 20% e ha aperto la porta agli ETF su Bitcoin, per il più grande bacino di risparmio delle famiglie fuori dagli Stati Uniti.

È il segnale pro-crypto più forte arrivato quest'anno da una grande economia, ed è anche una sveglia per l'Occidente. Vale la pena leggerlo con attenzione, perché il contrasto con l'Italia è netto.

Cosa ha deciso il Giappone

Il 15 luglio la Camera alta giapponese ha approvato la modifica al Financial Instruments and Exchange Act, la legge che regola azioni e obbligazioni, riclassificando circa 105 token, tra cui Bitcoin, Ethereum e XRP, come strumenti finanziari. In pratica le crypto escono dalla vecchia legge sui pagamenti ed entrano nel perimetro dei titoli. È una migrazione giuridica, non un semplice cambio di etichetta, e da quella singola riclassificazione discende tutto il resto: gli ETF, il taglio fiscale, le regole anti-abuso.

Cosa cambia con la legge giapponese

I cinque pilastri della riforma, in un unico provvedimento. Fonte: Diet giapponese, 2026

  • Riclassificazione FIEA: le crypto diventano strumenti finanziari come azioni e bond.
  • Aliquota al 20%: dal massimo del 55%, con perdite riportabili per 3 anni.
  • ETF spot su Bitcoin: quotabili sulla borsa di Tokyo tra 2027 e 2028.
  • Regole anti-insider trading: introdotte sulle crypto per la prima volta.
  • Pene più dure: fino a 10 anni per la vendita di crypto non registrate.

Il taglio fiscale: dal 55% al 20%

Il titolo è questo. Oggi in Giappone le plusvalenze crypto sono tassate come redditi diversi, con un'aliquota progressiva che può arrivare al 55%. La riforma le porta a un piatto 20%, identico a quello di azioni e obbligazioni, con la possibilità di riportare le perdite per tre anni. La logica economica è sottile: un'aliquota punitiva non scoraggia solo chi compra, scoraggia anche chi vende, perché nessuno realizza un guadagno se poi deve cederne più della metà. Abbassarla libera capitale congelato.

La tassa sulle crypto crolla in Giappone

Aliquota massima sulle plusvalenze crypto, prima e dopo la riforma. In vigore dal 2028. Fonte: Diet giapponese

60%30%055%oggi (reddito misc.)20%nuova aliquotacome le azioni

Attenzione però, non è un regalo totale. Lo staking, i rendimenti DeFi, gli NFT e gli scambi su exchange esteri restano tassati come redditi diversi fino al 55%, e le stablecoin restano fuori, sotto la vecchia legge sui pagamenti. E la riforma è graduale: la riclassificazione entra in vigore nel 2027, l'aliquota al 20% dal 1° gennaio 2028.

La posta in gioco: 13.000 miliardi di risparmi

Qui si capisce la portata. Il Giappone custodisce circa 2.000 trilioni di yen, ossia oltre 13.000 miliardi di dollari, in attività finanziarie delle famiglie, il più grande bacino di risparmio domestico fuori dagli Stati Uniti. Anche una modesta allocazione dell'1% verso ETF crypto varrebbe circa 130 miliardi di dollari, quasi quanto l'intero patrimonio degli ETF spot su Bitcoin americani messi insieme.

Gli ETF, attesi sulla borsa di Tokyo tra il 2027 e il 2028 con colossi come Nomura e SBI già al lavoro, aprono le crypto a fondi pensione, assicurazioni e tesorerie aziendali. È un'intera categoria di capitale che in Giappone, per le crypto, semplicemente non esisteva.

La sveglia per l'Occidente

Il contrasto è impietoso. Il Giappone ha risolto classificazione, fisco, accesso agli ETF, insider trading e licenze in un'unica legge coerente. Nel frattempo, negli Stati Uniti il CLARITY Act resta impantanato al Senato, e l'Europa stringe su più fronti, tra DAC8, il braccio di ferro su Chat Control e le stablecoin spinte fuori dai binari regolamentati dalla MiCA. L'Asia, intanto, corre: la Corea del Sud ha appena avviato la classificazione degli asset virtuali come beni nazionali, e l'Australia ha attivato la sua travel rule. Il capitale e chi costruisce vanno dove le regole sono chiare e la tassa non è punitiva.

E l'Italia?

Il paragone arriva vicino a casa. Mentre il Giappone taglia al 20%, l'Italia ha appena portato l'aliquota sulle plusvalenze crypto al 33% per il 2026. Due economie avanzate, direzioni opposte: una tratta le crypto come una classe di asset da attrarre, l'altra come una base da tassare. Per investitori e imprenditori italiani, quella distanza è una questione di competitività a cui l'Europa, prima o poi, dovrà rispondere.

La riforma giapponese non è priva di costi: la conformità di livello titoli schiaccerà gli operatori più piccoli, staking e DeFi restano tassati pesantemente, e l'attuazione è spalmata fino al 2028. Ma la direzione è inequivocabile. Nel 2026 il baricentro della regolamentazione crypto favorevole e pronta ai capitali si sta spostando a Est, e la mossa dell'Occidente è ormai in ritardo. I riferimenti restano verificabili sui portali della Financial Services Agency giapponese e del Japan Exchange Group.

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