L'inarrestabile sviluppo tecnologico trainato dalle IT e dall'intelligenza artificiale ha già iniziato a modificare, in maniera tangibile, il modo in cui le economie mondiali crescono. Secondo un’analisi della Luiss Business School basata su dati del progetto Global INTAN-Invest avviato da WIPO, l’agenzia delle Nazioni Unite per le proprietà intellettuali, le tecnologie di frontiera e i modelli linguistici possono aggiungere fino a un punto percentuale all’anno alla crescita della produttività del lavoro. La stima si basa sui dati dell'occupazione negli USA, dove l'intelligenza artificiale è diffusa in maniera capillare.
In Europa il contributo si ferma a circa 0,3 punti. Il divario evidenzia una distanza tangibile nella capacità di trasformare l’innovazione in crescita, ma ciò si deve anche alla minore penetrazione delle nuove tecnologie a queste latitudini. Dopotutto, nel periodo tra il 2017 e il 2024 metà della crescita americana è venuta dalla produzione e dall’uso di software, oltre che dalla ricerca e sviluppo di beni immateriali come i programmi informatici. Secondo la Luiss, la produzione di software, da sola, vale oltre la metà dell’accelerazione nella crescita produttiva statunitense. Ciò non significa, comunque, che, non vi siano controindicazioni in questo sviluppo tecnologico forsennato che contraddistingue il nostro tempo.
La popolarità degli investimenti intangibili
I ricercatori universitari hanno analizzato 29 economie, pari a circa il 57% del PIL mondiale, rilevando come gli investimenti immateriali abbiano superato, per la prima volta, i 10mila miliardi di dollari nel 2025. Non era mai successo nei precedenti periodi presi in esame. Software, dati, ricerca, user experience design, formazione e capitale organizzativo valgono il 12,8% del prodotto interno lordo, contro l’11,8% di macchinari ed edifici. Che si arrivasse a questo punto era soltanto questione di tempo: dal 2008 in avanti, i capitali posti nell'intangibile crescono a un ritmo 3,6 volte superiore a quello degli investimenti materiali.
In questa prospettiva, gli Stati Uniti, da soli, investono 5mila miliardi di dollari in beni immateriali ogni 12 mesi. Si tratta della metà del totale. Il distacco tra gli USA e le quattro economie successive, messe insieme, è raddoppiato in dieci anni, da mille a circa duemila miliardi.
L’Italia, in questa corsa, parte indietro. Tra il 2015 e il 2025 è una delle poche economie ad alto reddito in cui gli investimenti in macchinari ed edifici sono cresciuti più di quelli immateriali. Nell’ultimo anno gli investimenti immateriali italiani sono aumentati dell’1,9%, contro il 3,3% della Germania e il 2,5% della Francia. L'Unione Europea è intenzionata a spingere verso questo tipo di investimenti e anche nel nostro Paese vi sono enti creditizi pronti a sostenere tale strategia. Ciononostante, restiamo lontanissimi dalle cifre spese oltre Atlantico.
La nota negativa
Dopo aver celebrato i benefici che le nuove tecnologie possono portare alla produttività, vediamo anche quello che si rischia a migliorarle e svilupparle senza soluzione di continuità.
Nel rapporto WIPO-Luiss, il lavoro compare solo di riflesso: evidenzia come gli investimenti immateriali sostengano professioni meglio pagate e la formazione insegnerà all'uomo come gestire il suo nuovo ruolo man mano che le mansioni si sposteranno dall’esecuzione alla supervisione delle macchine. Quanti posti di lavoro si creeranno e quanti andranno persi, però, il rapporto non lo stima.
Dove l'infrastruttura IA con mire globali ha già preso presidio, come ad esempio in California, le statistiche non appaiono troppo beneauguranti. A Hollywood si girano già scene con attori non reali, ma interamente generati. Non è un caso se gli impiegati nel settore siano calati del 5,8% nell’ultimo anno e addirittura del 30% a partire dal 2022.
Nelle startup tecnologiche di San Francisco si diffondono aziende con decine di agenti di intelligenza artificiale e soltanto una manciata di dipendenti: chi riduce il personale vede spesso salire le prestazioni e scendere i costi. Anche la stessa costruzione dell’infrastruttura crea pochi posti, diversamente da quanto si potrebbe pensare. Secondo il premio Nobel per l'economia 2008, Paul Krugman, gli investimenti americani in data center, che ammonteranno a circa 7.500 miliardi di dollari entro il 2032, quando si stima si toccherà il massimo del capitale destinato al progresso in questo ambito, genererebbero meno di ventimila posti diretti, contro i circa dieci milioni che una spesa simile potrebbe creare in altri settori, più tradizionali, secondo modelli precedenti al boom dell'IA.
Il segnale più netto riguarda i giovani. Secondo l’economista di Stanford, Erik Brynjolfsson, tra i 22 e i 25 anni, nei mestieri più esposti alla frontiera tecnologica e alle innovazioni, l’occupazione americana è già del 19% sotto il livello che avrebbe mantenuto seguendo l’andamento medio del mercato prima di novembre 2022, quando ChatGPT è stato reso pubblico.
Il meccanismo non è esplicito, poiché passa dalle mancate assunzioni, non dai licenziamenti, ma potrebbe espandersi a macchia d'olio e diventare un problema globale, qualora l'IA diventasse tanto abile da sostituire la maggior parte del personale umano nelle professioni più qualificate.



