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La vera guerra di Bitcoin nel 2026 non è col governo, è civile: Saylor dichiara le sue regole una costituzione

Michael Saylor definisce le regole di Bitcoin una "costituzione" e ogni modifica un "furto economico". Ma la vera domanda è più profonda: in un sistema nato senza padroni, chi ha il diritto di cambiarlo? L'analisi.

4 min read Come lavoriamo

Per quindici anni Bitcoin ha respinto ogni nemico esterno: governi che volevano vietarlo, banche che lo deridevano, hacker che lo attaccavano. Ha vinto tutte quelle battaglie. Ora ne combatte una diversa, e molto più insidiosa, perché il nemico è dentro casa. È una guerra civile su una domanda semplice e vertiginosa: chi ha il diritto di cambiare Bitcoin?

A gettare benzina sul fuoco è stato Michael Saylor, l'uomo la cui azienda detiene più bitcoin di chiunque altro al mondo, con una frase destinata a restare: "Bitcoin ha vinto. Ora deve sopravvivere alla vittoria". E la posta in gioco è più alta di qualsiasi prezzo.

Cosa ha detto Saylor

In una serie di nove messaggi pubblicati il 28 luglio, Saylor ha alzato radicalmente la posta del dibattito. Non contesta più una singola proposta tecnica: contesta l'idea stessa che le regole fondamentali di Bitcoin possano essere modificate. Ha definito quelle regole, il cosiddetto meccanismo di consenso, la "costituzione" di Bitcoin: ciò che stabilisce la proprietà, la scarsità, il modo in cui le transazioni si chiudono e la distribuzione del potere nella rete.

La sua tesi è netta fino alla provocazione: riscrivere quelle regole per il comodo di una fazione è un "furto economico" ai danni di ogni partecipante, presente e futuro. "La minaccia più grave non è un nemico alle porte", ha scritto, "ma la corruzione interna: fazioni che inventano pretesti, riscrivono le regole e si impossessano dei diritti economici". Parole da manifesto politico, applicate a un software.

Di cosa si sta discutendo davvero

Dietro l'astrazione filosofica c'è una disputa tecnica molto concreta, e vale la pena spiegarla perché è il cuore della questione. Saylor mette nel mirino tre proposte di modifica, accusandole tutte dello stesso "crimine costituzionale".

Le tre proposte nel mirino

Cosa vorrebbero cambiare, e perché Saylor le contesta. Fonte: dichiarazioni pubbliche, 2026

  • BIP-110: limiterebbe i dati arbitrari nelle transazioni. Per i critici combatte lo "spam", per Saylor censura transazioni legittime che pagano commissioni.
  • I covenant: aggiungerebbero condizioni su come le monete possono essere spese in futuro. Per Saylor complicano il consenso e creano nuovi rischi.
  • Blocchi più grandi: aumenterebbero lo spazio per le transazioni. Per Saylor diluiscono la scarsità e alzano i costi per chi valida la rete.

La questione più urgente è la prima: la finestra in cui i miner possono segnalare il sostegno a BIP-110 si apre intorno al 9 agosto, il che rende il dibattito tutt'altro che teorico. Ad oggi il sostegno resta minoritario, salito attorno al 2,64% da sotto l'1%, ben lontano dalla soglia necessaria, ma la battaglia è ormai una delle più aspre dell'anno.

La posta in gioco: chi comanda in un sistema senza capo

Ed ecco perché questo scontro conta più di qualsiasi dettaglio tecnico. Bitcoin non ha un amministratore delegato, non ha un consiglio, non ha un'autorità che decide. Le regole si cambiano solo se una schiacciante maggioranza della rete, sviluppatori, miner, aziende e utenti, converge spontaneamente. È la sua forza, la ragione per cui nessuno può controllarlo, ma è anche la sua fragilità: quando manca l'accordo, non c'è nessuno che possa dirimere la disputa.

La domanda vera che Saylor solleva, spogliata dalla retorica, è profondissima: in un sistema nato per non avere padroni, chi decide cosa è lecito cambiare? La sua risposta è che nessuno dovrebbe poterlo fare, se non con un consenso quasi unanime. Ma è qui che va data voce anche all'altra campana.

L'altra faccia: l'immobilismo è una scelta anche lui

Perché sarebbe disonesto raccontare questa storia come se Saylor avesse semplicemente ragione. C'è una tesi opposta, sostenuta da molti sviluppatori seri, ed è altrettanto legittima. Un sistema che rifiuta per principio ogni evoluzione rischia l'irrilevanza: le tecnologie che smettono di adattarsi vengono superate. Alcune delle modifiche contestate nascono per risolvere problemi reali, come la sostenibilità economica dei miner quando il premio per bloccare le transazioni continuerà a dimezzarsi negli anni.

Inoltre, va notato con franchezza, Saylor non è un osservatore neutrale: la sua azienda ha costruito la propria intera esistenza su un Bitcoin che resta esattamente com'è, una riserva di valore immutabile. Difendere l'immutabilità è anche difendere la propria scommessa da decine di miliardi. Non significa che abbia torto, ma che la sua posizione, come ogni posizione in questa guerra, ha un interesse dietro. Persino un veterano come Adam Back, co-fondatore di una delle aziende storiche del settore, ha criticato BIP-110, segno che le fratture non seguono linee semplici.

La lettura più grande

Al di là di chi abbia ragione, questa vicenda rivela la sfida più profonda che attende Bitcoin nel suo secondo decennio. Finché era piccolo e ribelle, cambiare le sue regole era un problema tecnico tra appassionati. Ora che vale migliaia di miliardi e ambisce a diventare, come dice Saylor, la base del capitale globale, ogni modifica alle sue fondamenta muove interessi enormi, e la governance senza padrone che era la sua magia diventa il suo punto più delicato.

La domanda che accompagnerà Bitcoin per i prossimi anni non è se salirà o scenderà, ma se una comunità senza un capo riuscirà a decidere il proprio futuro senza spaccarsi. Le civiltà, ha scritto Saylor con una metafora potente, marciscono quando le fazioni catturano la legge. Che si sia d'accordo o no con lui, ha centrato il vero campo di battaglia: non i mercati, ma le regole. E questa è una lotta che nessun rialzo di prezzo potrà far dimenticare. Chi vuole capire come funziona la rete alla base di tutto questo può partire dalla nostra guida su come funziona una blockchain.

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