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La Corea del Sud tasserà le crypto al 22%, ma il vero problema è un dettaglio che riguarda anche l'Italia

La Corea del Sud tasserà i guadagni crypto al 22% dal 2027. Ma il vero problema non è l'aliquota, è un dettaglio mancante che penalizza gli investitori, lo stesso che colpisce anche chi investe in Italia. Il confronto.

4 min read Come lavoriamo

La Corea del Sud, uno dei mercati crypto più vivaci e affollati del pianeta, ha finalmente deciso: dal primo gennaio 2027 tasserà i guadagni sulle criptovalute. Dopo anni di rinvii, il governo ha confermato che non farà marcia indietro. Ma la notizia vera, quella che interessa anche un investitore italiano, non è l'aliquota. È un dettaglio che manca, e che accomuna Seul e Roma in un errore identico.

Perché quando si guarda come la Corea del Sud ha scritto questa tassa, si scopre lo stesso difetto che penalizza chi investe in crypto in Italia. E capirlo aiuta a leggere meglio anche le nostre regole.

Cosa ha deciso la Corea del Sud

Partiamo dai numeri. Dal 2027, i guadagni annuali sulle criptovalute che superano i 2,5 milioni di won, circa 1.740 dollari, saranno tassati con un'aliquota combinata del 22%: un'imposta nazionale del 20% più una sovrattassa locale del 2%. Sotto quella soglia, nulla è dovuto. Il vice primo ministro e ministro delle Finanze Koo Yun-cheol lo ha confermato il 29 luglio davanti al Parlamento: "Procediamo con il piano di tassazione delle criptovalute a partire dal prossimo anno, come previsto".

La misura riguarda un bacino enorme, stimato in oltre 13 milioni di investitori. E arriva dopo una saga politica lunghissima: la tassa era originariamente prevista per il 2022, poi rinviata al 2025, poi di nuovo al 2027. Questa volta il governo sembra intenzionato a non concedere un quarto rinvio, anche se un disegno di legge dell'opposizione che punta ad abrogarla del tutto è ancora fermo in una sottocommissione.

Il dettaglio che manca, e che fa arrabbiare tutti

Ed eccoci al cuore della questione, il punto che i critici coreani contestano con più forza. La legge, così com'è scritta, non permette di compensare le perdite. Cosa significa? Che se un investitore guadagna 10.000 euro su un'operazione e ne perde 8.000 su un'altra nello stesso anno, non paga sui suoi 2.000 euro di guadagno netto reale, ma sull'intero importo della plusvalenza, ignorando la perdita.

È un meccanismo che i critici definiscono profondamente ingiusto, perché tassa un guadagno che, nella realtà del portafoglio dell'investitore, è molto più piccolo o addirittura inesistente. La classificazione scelta lo aggrava: le crypto non sono trattate come veri capital gain, ma come "altri redditi", una categoria che nega le tutele riservate agli investimenti finanziari tradizionali. Gli oppositori avvertono che questo spingerà i trader coreani verso le piattaforme estere e la finanza decentralizzata, cioè fuori dal perimetro che lo Stato vuole controllare.

Lo specchio italiano

Qui la vicenda diventa interessante per noi, perché quel difetto suona familiare. Anche l'Italia, con la sua tassa sulle plusvalenze crypto salita al 33% dal 2026, ha un sistema che gli investitori trovano penalizzante, e per ragioni simili: la gestione delle minusvalenze è rigida e limitata nel tempo, e l'onere dichiarativo è pesante anche per piccoli importi, dopo l'eliminazione della vecchia soglia di esenzione.

Il confronto è istruttivo. Da un lato, l'Italia tassa di più, con un'aliquota del 33% contro il 22% coreano. Dall'altro, entrambi i Paesi condividono lo stesso peccato originale: trattano gli investitori crypto in modo più severo di quelli tradizionali, penalizzando chi subisce perdite. È il segno di regimi fiscali nati in fretta, più per fare cassa e affermare il controllo che per costruire un sistema equo e sostenibile.

Corea del Sud e Italia a confronto

Due modelli fiscali diversi, un difetto comune

  • Corea del Sud: 22% sui guadagni oltre ~1.740$, dal 2027, ma senza compensazione delle perdite.
  • Italia: 33% sulle plusvalenze dal 2026, nessuna soglia di esenzione, gestione delle minusvalenze rigida.

La tendenza globale

Al di là dei singoli Paesi, questa notizia conferma una direzione ormai inarrestabile. La fase in cui le crypto erano un paradiso fiscale, una zona grigia dove i guadagni sfuggivano al fisco, è definitivamente finita. Un mercato importante dopo l'altro sta costruendo il proprio regime di tassazione, e i sistemi di tracciamento automatico, come lo scambio di informazioni tra Stati, rendono l'evasione sempre più difficile.

La vera partita, ora, non è più "se" le crypto vengano tassate, ma "come". E il caso coreano mostra che il vero terreno di scontro sarà l'equità: se i governi tratteranno gli investitori digitali alla pari di quelli tradizionali, con il diritto di compensare le perdite, o se continueranno a vederli come un bancomat da spremere. Perché un sistema percepito come ingiusto ottiene l'effetto opposto a quello voluto: spinge i capitali all'estero invece di trattenerli.

La lettura più grande

La decisione della Corea del Sud è un tassello di un mosaico globale che riguarda da vicino anche chi investe dall'Italia. Racconta un mondo in cui le crypto stanno perdendo l'ultimo residuo della loro natura anarchica per entrare, a pieno titolo, nei sistemi fiscali degli Stati. È una maturazione inevitabile e, per molti versi, sana.

Ma la lezione che accomuna Seul e Roma è che tassare non basta: bisogna tassare bene. Un'aliquota alta o un meccanismo che ignora le perdite non aumentano il gettito, lo riducono, perché spingono gli investitori verso lidi più accoglienti. Per chi investe, la conclusione pratica è che conoscere le regole del proprio Paese, e saperle confrontare con quelle altrui, è diventato parte integrante del mestiere. Chi vuole approfondire il caso italiano può leggere la nostra guida sulla dichiarazione delle crypto in Italia. Le informazioni ufficiali restano sui portali delle rispettive autorità fiscali nazionali.

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