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UniCredit, Intesa e BPER portano la stablecoin euro su Ethereum: Qivalis sceglie una blockchain pubblica

La stablecoin euro del consorzio Qivalis (37 banche, tra cui UniCredit, Intesa, BPER e Banca Sella) dovrebbe essere emessa sulla rete pubblica Ethereum, non su un ledger bancario chiuso. Perché grandi banche scelgono una blockchain pubblica per il denaro regolamentato?

5 min di lettura Come lavoriamo

Un consorzio di 37 grandi banche europee, tra cui quattro italiane di primo piano come UniCredit, Intesa Sanpaolo, BPER e Banca Sella, sta costruendo una stablecoin in euro. Fin qui, la notizia era nota. La novità, emersa l'8 settembre, è però decisiva e cambia il senso dell'intera operazione: questa stablecoin euro delle banche dovrebbe essere emessa sulla rete pubblica Ethereum, e non su un registro bancario chiuso e riservato. È una scelta che merita attenzione, perché segna un punto di svolta nel rapporto tra la finanza tradizionale e le blockchain pubbliche.

La domanda che questa vicenda solleva è potente: perché alcune delle più importanti banche europee hanno scelto una blockchain pubblica, lo stesso terreno su cui operano le criptovalute e la finanza decentralizzata, per costruire una forma di denaro bancario regolamentato? Prima di rispondere, però, sono necessarie alcune precisazioni per inquadrare correttamente i fatti.

Cosa sappiamo, con le dovute cautele

Il progetto si chiama Qivalis, ha sede ad Amsterdam e riunisce 37 istituzioni finanziarie di 15 Paesi europei. L'obiettivo è emettere una stablecoin ancorata uno a uno all'euro, garantita da depositi bancari e attività liquide di alta qualità, pienamente conforme al regolamento europeo MiCA. Gli usi previsti sono soprattutto istituzionali: pagamenti internazionali, finanziamento del commercio, e regolamento di strumenti finanziari tokenizzati, con il vantaggio di poter muovere liquidità 24 ore su 24.

Due precisazioni sono però fondamentali per non fraintendere la notizia. La prima riguarda i tempi: il token non è ancora operativo. Il consorzio ha richiesto l'autorizzazione a operare come istituto di moneta elettronica alla banca centrale olandese, e finché quel via libera non arriverà, la stablecoin non potrà essere emessa. Il lancio è atteso per la seconda metà del 2026. La seconda riguarda proprio la scelta di Ethereum: questa informazione è stata comunicata da Ethereum Institutional, una realtà legata all'ecosistema Ethereum, e non da un comunicato diretto del consorzio bancario. Alcuni osservatori citano anche altre reti come possibili opzioni, e una conferma ufficiale e definitiva sulla scelta della blockchain da parte di Qivalis non risulta ancora pubblicata. È corretto quindi attribuire questo dettaglio alla sua fonte, con la dovuta prudenza.

Detail | Qivalis
A euro stablecoin intended to be fully regulated, powered by Europe’s leading banks, designed to make digital finance secure, simple, and ready for tomorrow.

Il vero punto: perché una blockchain pubblica?

Ed eccoci alla domanda che rende questa notizia così significativa. Molte banche che sperimentano la tokenizzazione del denaro scelgono blockchain "private" o "permissioned", cioè reti chiuse e controllate, accessibili solo a operatori autorizzati. È l'approccio più prudente e tradizionale, quello che mantiene il pieno controllo dentro le mura del sistema bancario. La banca centrale tedesca, per esempio, sta lavorando proprio su un'infrastruttura di questo tipo.

Qivalis - Secure. Trusted. Future-ready.
A euro stablecoin intended to be fully regulated, powered by Europe’s leading banks, designed to make digital finance secure, simple, and ready for tomorrow.

Scegliere invece una blockchain pubblica come Ethereum è una decisione di segno opposto, e strategicamente audace. Significa costruire il proprio denaro digitale nell'ambiente aperto dove già esistono la liquidità, gli utenti, gli exchange e le applicazioni di finanza decentralizzata. La logica, come spiegano gli osservatori, è quella di andare dove il mercato già vive, invece di costruire un giardino recintato separato dal resto dell'ecosistema. Una stablecoin bancaria che vive su Ethereum può integrarsi direttamente con i portafogli digitali, i protocolli e gli asset già presenti su quella rete. È una scommessa sull'apertura e sull'interoperabilità, e rappresenta un riconoscimento implicito, da parte di banche secolari, del valore dell'infrastruttura pubblica. Non a caso, proprio Ethereum si sta attrezzando per accogliere questo tipo di usi istituzionali, come abbiamo visto raccontando le novità in arrivo sul suo protocollo per semplificare le transazioni.

L'aggancio italiano e il contesto competitivo

La componente italiana di questo progetto è particolarmente forte e significativa. UniCredit e Banca Sella erano tra i nove fondatori originari del consorzio, mentre Intesa Sanpaolo e BPER Banca si sono aggiunte nell'espansione di maggio, che ha portato Qivalis dai dodici membri iniziali agli attuali trentasette. La presenza di quattro tra i maggiori nomi del sistema bancario italiano testimonia quanto le nostre istituzioni finanziarie siano coinvolte in prima linea in questa trasformazione, un tema che avevamo già toccato parlando della tokenizzazione della finanza italiana.

Il contesto competitivo è altrettanto interessante. Il mercato delle stablecoin è oggi dominato quasi totalmente da monete ancorate al dollaro, che ne rappresentano circa il 99,5%. Una stablecoin in euro promossa da un consorzio di grandi banche europee ha quindi anche un valore di sovranità monetaria: è il tentativo di ritagliare uno spazio per la moneta unica nel mondo digitale, riducendo la dipendenza dell'Europa dagli strumenti in dollari. Non è l'unico progetto in questa direzione: come abbiamo raccontato, anche un grande consorzio di banche prevalentemente americane sta lavorando a una propria stablecoin, e attori come Revolut hanno già lanciato il proprio euro digitale. La corsa alla stablecoin bancaria è ormai una realtà globale.

La lettura più grande

La scelta di Qivalis, se confermata, rappresenta un momento potenzialmente storico nel lungo processo di avvicinamento tra la finanza tradizionale e il mondo delle blockchain pubbliche. Per anni, le banche hanno guardato a reti come Ethereum con diffidenza, preferendo, quando si avventuravano nella tokenizzazione, la sicurezza dei sistemi chiusi e controllati. Il fatto che ora un consorzio così ampio e autorevole valuti seriamente di emettere il proprio denaro digitale su una rete pubblica segna un cambiamento di mentalità profondo: l'infrastruttura pubblica non è più vista come un rischio da evitare, ma come una risorsa strategica su cui costruire.

Per l'osservatore, la lezione è duplice. Da un lato, questa vicenda suggerisce che il confine tra la finanza "tradizionale" e quella "cripto" si sta assottigliando fino quasi a dissolversi: se il denaro delle banche inizia a viaggiare sugli stessi binari delle criptovalute e della finanza decentralizzata, le due sfere diventano parti di un unico ecosistema interconnesso. Dall'altro, resta però fondamentale la prudenza sui fatti: il progetto è ambizioso ma non ancora realizzato, l'autorizzazione è pendente e la stessa scelta della rete attende una conferma ufficiale e definitiva. Come sempre, tra l'annuncio di un'intenzione e la sua piena realizzazione, in questo settore, può passare molto tempo e possono cambiare molte cose. Ma la direzione, quella sì, appare sempre più chiara: il futuro del denaro, anche di quello bancario, sarà probabilmente on-chain. Per capire meglio questi strumenti, resta utile la nostra guida su cosa sono le stablecoin.

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