Per anni la regola è stata una sola: mai vendere. A fine maggio si è incrinata, con 32 bitcoin ceduti. Ora è saltata del tutto. Strategy ha venduto 3.588 bitcoin per 216 milioni di dollari, la più grande vendita della sua storia, e lo ha fatto non perché volesse, ma perché doveva.
Il re delle tesorerie in bitcoin è diventato, di fatto, un venditore. E il modo in cui è successo dice più di qualsiasi comunicato.
Cosa è successo
In un documento depositato alla SEC il 6 luglio, Strategy ha comunicato di aver ceduto 3.588 bitcoin tra il 29 giugno e il 5 luglio, in due tranche: prima 1.363 monete a circa 59.256 dollari, poi altre 2.225 attorno ai 60.773. Ricavato complessivo, circa 216 milioni.
La destinazione è precisa: pagare i dividendi trimestrali sulle azioni privilegiate STRF, STRE, STRK e STRD, più la cedola mensile di giugno su STRC, gli strumenti che compongono il business del Digital Credit. Dopo l'operazione, la società detiene 843.775 bitcoin e 2,55 miliardi di dollari in riserve. Nella stessa settimana non ha emesso nuove azioni né effettuato riacquisti.
Strategy ha venduto sotto il prezzo di carico
Prezzo medio delle vendite contro il costo medio di acquisto. Fonte: filing SEC, 2026. Valori in dollari per bitcoin
Il dettaglio che pesa: venduto in perdita
Ecco il punto che cambia la lettura. Il prezzo medio di vendita, circa 60.000 dollari, è ben sotto il costo medio di carico di 75.476 dollari per bitcoin. Strategy ha venduto in perdita, oltre 15.000 dollari a moneta, e non è un caso isolato: per il secondo trimestre 2026 la società ha iscritto una perdita da 8,32 miliardi sui propri asset digitali, quasi tutta non realizzata.
È il volano che si inverte. Il modello che aveva reso Strategy un fenomeno emetteva azioni a premio per comprare altro bitcoin. Ora, con il premio evaporato come avevamo ricostruito nell'analisi sulla crisi dell'mNAV, la macchina gira al contrario: vende bitcoin in perdita per onorare i dividendi promessi ai creditori.
Da "mai vendere" a venditore strutturale
Lo ha ammesso lo stesso Saylor, parlando di un passaggio dal modello di pura accumulazione a una gestione attiva del bilancio. È vero che la cessione vale meno dello 0,5% delle riserve, simbolicamente enorme ma quantitativamente minima, e che Strategy resta il più grande detentore aziendale di bitcoin al mondo.
Ma il mercato ha comunque avvertito il colpo, con un ribasso di oltre il 4% del prezzo di bitcoin nella seduta successiva, dopo cinque giorni di rialzo. È la prova di quanto sia carico di significato ogni movimento di Strategy: non conta solo quanto vende, conta che venda.
Venderà ancora?
La domanda vera non è se accadrà di nuovo, ma se Strategy potrà evitarlo. Con obblighi ricorrenti tra dividendi e interessi che, secondo le informative, si aggirano sull'1,76 miliardi di dollari l'anno, e con il bitcoin sotto il prezzo di carico, altre vendite sono strutturalmente probabili a meno di un forte recupero del mercato. Il canale formale esiste già, il BTC Monetization Program da 1,25 miliardi.
Il nodo è tutto qui: una società costruita per accumulare bitcoin si ritrova a doverlo vendere per sostenere la propria ingegneria finanziaria, per giunta in un mercato già fragile. Il "mai vendere" non era un dettaglio di marketing: era l'intera tesi. E oggi non c'è più. I documenti restano verificabili sui filing depositati alla SEC e sul sito ufficiale di Strategy.
