Un rapporto pubblicato lunedì dallo staff di minoranza democratica della Sottocommissione Permanente per le Indagini del Senato americano ha riacceso lo scrutinio su Tether, sostenendo che l'ottantaquattro per cento di ottocentoquarantasei wallet crypto già sanzionati da Stati Uniti o Israele in relazione all'Iran abbia effettuato transazioni esclusivamente o quasi esclusivamente in USDT. Questa notizia su USDT e il rapporto del Senato sull'Iran merita una lettura molto attenta, perché contiene almeno due precisazioni che cambiano sostanzialmente come va interpretata.
La prima: non si tratta di un rapporto bipartisan del Senato nel suo complesso, né di un accertamento giudiziario contro Tether. È un documento prodotto dallo staff di minoranza democratica, guidato dal senatore Richard Blumenthal in quanto massimo esponente democratico della sottocommissione, e lo stesso rapporto definisce i propri risultati "preliminari". La seconda, forse ancora più importante per capire davvero i numeri: l'ottantaquattro per cento si riferisce a un campione di wallet già selezionati perché precedentemente sanzionati, non a un campione casuale dell'uso complessivo di USDT nel mondo. Non significa, in altre parole, che l'ottantaquattro per cento delle transazioni USDT in generale sia collegato all'Iran.

Cosa dice esattamente il rapporto
Il documento, di ventotto pagine, ha analizzato ottocentoquarantasei wallet designati dall'Ufficio di controllo dei beni esteri americano o dall'ufficio antiterrorismo finanziario israeliano tra il giugno 2021 e l'agosto 2026, riscontrando che la maggioranza di essi ha operato quasi esclusivamente attraverso la stablecoin di Tether. Il rapporto descrive USDT come una "significativa linea di vita finanziaria" all'interno del sistema bancario ombra iraniano, sostenendo che abbia contribuito a finanziare, tra le altre cose, gruppi come Hezbollah, e cita come esempio due cittadini iraniani già sanzionati che avrebbero ricevuto complessivamente seicentotre milioni di dollari in USDT tra il 2021 e il 2025, attraverso indirizzi solo successivamente designati dalle autorità.
Sulla base di queste conclusioni, Blumenthal ha chiesto ai dipartimenti del Tesoro e della Giustizia americani di avviare un'indagine sui controlli antiriciclaggio e sul rispetto delle sanzioni da parte di Tether. È importante essere precisi su questo punto: si tratta di una richiesta di indagine, non di un'accusa formale né di un procedimento già avviato contro l'azienda.
Tether is a preferred payment system for terrorist organizations—operating as a superhighway for the Iranian government to evade sanctions, carry out hostile drone & missile campaigns, & commit human rights abuses. I joined @SquawkCNBC to discuss my new report. pic.twitter.com/Nnl20M589I
— Richard Blumenthal (@SenBlumenthal) September 29, 2026
Il paradosso: strumento di elusione, ma anche di congelamento
Ed eccoci al punto più interessante di questa vicenda, quello che la rende più di un semplice botta e risposta politico. Tether ha risposto pubblicamente, tramite l'amministratore delegato Paolo Ardoino, respingendo la ricostruzione del rapporto e dichiarando che l'azienda "ha costantemente dimostrato che USDT non è un rifugio per soggetti sanzionati, organizzazioni terroristiche o reti criminali". A sostegno di questa posizione, Tether ha rivendicato di aver collaborato al congelamento di quasi cinquecentocinquanta milioni di dollari in USDT collegati all'Iran nel solo 2026: oltre trecentoquarantaquattro milioni su due wallet designati dall'OFAC ad aprile, e più di centotrentuno milioni su quattro wallet della rete TRON riconducibili alla Banca Centrale iraniana, individuati a luglio secondo l'analisi della società Chainalysis, a cui si aggiungerebbero altri casi segnalati dalle autorità israeliane per oltre seicentoquaranta indirizzi e ventidue milioni di dollari.
Si crea così un paradosso genuino, che vale la pena raccontare con precisione invece di semplificarlo in una sola direzione: lo stesso rapporto che indica USDT come strumento privilegiato per aggirare le sanzioni internazionali riconosce, implicitamente, anche l'altra faccia della medaglia. Proprio perché Tether è un emittente centralizzato, capace di bloccare unilateralmente specifici indirizzi su richiesta delle autorità, la stessa stablecoin che secondo il rapporto avrebbe aiutato l'Iran a muovere denaro ha permesso, nello stesso periodo, il congelamento di centinaia di milioni di dollari riconducibili proprio a quel Paese. Una caratteristica strutturale che, come avevamo visto analizzando il caso Capstone-EQIBank, distingue nettamente le stablecoin centralizzate come USDT da asset nativi come Bitcoin o Ether, che nessun emittente può bloccare in modo analogo.
I due lati della vicenda
Cosa dicono le due parti. Fonte: rapporto Senato, Tether, 2026
- Il rapporto: 84% di 846 wallet già sanzionati ha usato USDT quasi esclusivamente.
- Tether: ha collaborato al congelamento di ~550 milioni di dollari nel 2026.
- Attenzione: è un rapporto di parte democratica, preliminare, non un'accusa formale.
Un contesto politico da non ignorare
Vale la pena segnalare, per completezza, che questo rapporto arriva in un momento di forte tensione politica attorno al tema delle criptovalute negli Stati Uniti, con un'amministrazione repubblicana che ha spinto per un quadro normativo più favorevole al settore, come avevamo visto a proposito delle recenti proposte della Federal Reserve sul GENIUS Act, e un'opposizione democratica che mantiene un atteggiamento più critico verso il settore. Questo contesto non rende di per sé meno rilevanti i dati raccolti dagli investigatori, ma aiuta a spiegare perché la vicenda meriti di essere letta con la consueta cautela riservata a qualunque documento prodotto da un solo schieramento politico, in attesa di eventuali verifiche indipendenti o azioni ufficiali da parte delle agenzie federali interpellate.

La lettura più grande
Questa vicenda racconta bene la complessità del ruolo che le stablecoin centralizzate stanno assumendo nell'infrastruttura finanziaria globale, comprese le sue zone più delicate. Da un lato, la loro ampia adozione le rende inevitabilmente attraenti anche per chi cerca di aggirare le sanzioni internazionali, semplicemente perché sono facili da usare e ampiamente accettate. Dall'altro, proprio la natura centralizzata che le rende vulnerabili a questo tipo di utilizzo è la stessa che permette alle autorità, in collaborazione con l'emittente, di intervenire e bloccare fondi su una scala che sarebbe impossibile con un asset nativo e decentralizzato.
Per l'osservatore, la lezione è duplice. Da un lato, questa vicenda ricorda quanto sia importante distinguere sempre tra le conclusioni di un rapporto politico, per quanto dettagliato, e un accertamento giudiziario definitivo, specialmente quando il documento proviene da una sola parte politica e si autodefinisce preliminare. Dall'altro, il paradosso al centro di questa storia, lo stesso strumento indicato come veicolo di elusione delle sanzioni che permette contemporaneamente congelamenti per centinaia di milioni di dollari, merita di essere raccontato nella sua interezza, senza appiattirlo né verso l'accusa né verso la difesa. Seguiremo con attenzione se il Tesoro o il Dipartimento di Giustizia decideranno di avviare un'indagine formale. Per capire meglio questi strumenti, resta utile la nostra guida su cosa sono le stablecoin.




